Alla vigilia del 1 Maggio il Cardinale Martini ha parlato a più di duemila operai della Franco Tosi di Milano. Tra tanti discorsi politici, commenti giornalistici, saggi e commemorazioni, le sue parole sono risuonate alte e severe nella condanna di un lavoro non più umano, forti e solidali nell’esortazione ai lavoratori all’unità e alla partecipazione, proprio come quelle di un antico profeta biblico.
Dice il Cardinale: «Spesso si richiede una dedizione così totale e monopolizzante al lavoro che lo si potrebbe catalogare sotto l’elenco delle idolatrie deprecate dalla Scrittura» «Sento parlare di turni di lavoro faticosi e stressanti, di famiglie che devono sostenere avvicendamenti di lavoro nella coppia per cui, a volte, non riescono neppure a vedersi per alcuni giorni...»
«Sento che i costi sono talmente alti (...) in termini educativi per la fatica di seguire personalmente i figli...»
Il cardinale descrive il lavoro dei nostri giorni come libero da una pesante manualità rispetto al passato ma che, proprio per questo «richiede persone intelligenti, intuitive, sensibili, adattabili, sempre giovani e scattanti, sempre aggiornate e vivaci» (...) non di rado mancano le forze, il tempo, l’intelligenza e le competenze sufficienti».
È naturale che ascoltando in particolare queste riflessioni del cardinale il nostro pensiero corra alle famiglie che ci sono più vicine, a quelle che vivono con un figlio disabile per il quale tempo, attenzione e dedizione devono essere raddoppiate o centuplicate; a tanti giovani che conosciamo, autonomi, in grado di svolgere attività semplici con modalità diverse. Quale presente vivono e quale futuro li attende in questo mondo del lavoro che diventa l’unico dio, un vitello d’oro cui tutti quanti rischiano di doversi piegare?
Ma il Cardinale ci invita a nutrirci della Scrittura, a restare fedeli alla legge del rispetto per l’altro, additata nel Vangelo. Ci chiede di essere uniti di fronte alle difficoltà, capaci di vedere la sofferenza e coraggiosi nell’intravedere le soluzioni perché non serve lamentarsi ma serve con capacità e sensibilità costruire una realtà più umana.
E noi gli crediamo perché si deve credere ai Profeti.
T.C., 2002