Nel 2007 entrai a far parte nella zona di Boston, in una casa dell’Arca dove quattro conquilini con disabilità intellettive, vivevano con assistenti che, come me, sceglievano di condividerne la vita. Assieme si passeggiava, si scherzava, si pregava, si cucinava, si mangiava, si andava ad ascoltar musica dal vivo. Si passava assieme il tempo, nella semplicità dell’incontro, dello stare assieme, della condivisione delle piccole cose della vita. Un’esperienza comunitaria importante sia nella gioia della sua semplicità e ordinarietà, sia nella stanchezza che alcune giornate potevano comportare. Un’esperienza che mi ha fatto riflettere anche sulla nostra umanità condivisa, quel nocciolo o quelle verità che ci accomunano in quanto essere umani, con o senza disabilità intellettiva. All’Arca si parla molto della vulnerabilità come realtà profondamente umana alla base della vita comunitaria (ognuno è fondamentalmente creatura fragile che ha bisogno dell’altro), e di come l’incontro con le persone con disabilità possa aiutarci a vivere dal cuore e senza nasconderci dietro le idee, il potere e la produttività.
All’Arca di Chicago poi, ho conosciuto degli amici che possono rivelare a noi tutti una realtà molto semplice dell’umano: l’essere umano è un essere che ama, al suo centro c’è il cuore, non solo la ragione (nonostante vari filosofi e teologi abbiano elogiato - esagerando secondo me - l’intelletto come tratto principale dell’umano). Tutti noi siamo preziosi nel nostro essere, e questa è una realtà liberatoria che va al di là di quello che facciamo o non facciamo, al di là delle nostra abilità e inabilità.
Una sera, alla fine di un evento comunitario, ero seduto vicino a Jennifer, un’amica con la sindrome di Down, una donna molto spirituale. A un certo punto le cercai di parlare di fede, del credere e di un momento di dubbio che stavo vivendo. Mentre le parlavo, Jennifer mi guardò direttamente da dietro i suoi occhiali e prima ancora che finissi la frase, mi ripeté due volte con tono profondo: «Io credo in te. Io credo in te». Credere non è solo una cosa che gli esseri umani riservano per Dio, ma è anche un atto che possiamo donare a noi stessi e agli altri. Credere significa in realtà “fidarsi”. Ci fidiamo del nostro valore e della nostra preziosità di essere umani?
Quando incontro una persona con disabilità incontro un individuo non una diagnosi
Quando incontro una persona con disabilità incontro un individuo non una diagnosi
Albert, un amico con la sindrome di Down, al mio ritorno in focolare dopo dei giorni di vacanza, mi accolse chiedendomi: «Ti sono mancato?». Una domanda che in fondo sembra chiedere: «Sono importante ai tuoi occhi? Hai sentito la mia assenza mentre eri via?». Ambedue queste affermazioni da parte dei miei amici – «Io credo in te» e «Ti sono mancato?» – rimandano al primato dell’amore, una realtà talmente umana da essere divina (se siamo fatti a immagine e somiglianza di un Dio che è amore).
Quando incontro una persona con disabilità incontro un individuo, non una diagnosi. L’incontro alla base della comunità è un incontro tra persone, ognuna con la sua storia, i suoi doni, le sue vulnerabilità, le sue abilità e le sue inabilità. Dunque l’incontro con una persona con disabilità è un incontro con un tu.
Eppure è innegabile che le persone con disabilità siano state spesso approcciate in maniera molto riduttiva, straziante e anche negativa. La persona con disabilità è vista costantemente come il povero, il sofferente, lo sfortunato, il bisognoso, e in alcuni contesti come il dannato o il frutto del peccato. Questo tipo di approccio verso la disabilità si nasconde anche in frasi che spesso si sentono e che possono sembrare innocue, tipo “Quella persona soffre di autismo,” dando per scontato che la disabilità faccia soffrire (quando invece sappiamo bene che una persona può essere felice o infelice, sia essa disabile o meno!). Sicuramente siamo tutti (non solo le persone con disabilità) poveri, nel senso che esistenzialmente abbiamo tutti dei bisogni da soddisfare. Tutti noi abbiamo delle sofferenze. È importante non negare questi aspetti della nostra persona, perché ci possono mantenere vicini alla nostra fragilità e al senso del limite. Ma nessuna persona e nessun gruppo è solamente povero, bisognoso e sofferente. Abbiamo tutti una ricchezza interiore, un soffio di vita, un dono per gli altri, con o senza disabilità.
L’approccio teologico verso la disabilità a volte ha enfatizzato l’accezione sofferente se non addirittura negativa della disabilità. Se nel mondo antico le persone con disabilità venivano viste come errori degli dei, alcuni padri cristiani vedevano nella razionalità il tratto predominante dell’umano (ma sappiamo bene che le persone con disabilità intellettive non sono “meno umane” di quelle senza). Vari santi e mistici del passato, oggi verrebbero identificati nella disabilità (ad esempio Margherita da Città di Castello, una donna nata cieca, di statura piccola, e con una curvatura della colonna vertebrale, che iniziò una scuola per bambini), ma nell’immaginario cristiano tradizionale spesso la persona disabile è stata raffigurata in maniera prevalentemente passiva, in attesa della compassione altrui. In tempi più recenti, vari pensatori cristiani hanno arricchito la teologia della disabilità con nuove immagini, liberandola da accezioni eccessivamente ostili e doloranti (si pensi alla teologia del Dio disabile di Nancy Eiesland o di quella del Dio accessibile di Jeannie Weiss Block). Recentemente ho potuto percepire quanto desiderio c’è di una teologia della disabilità che sia inclusiva ed energizzante, mirata a favorire incontri inclusivi rispettosi e dignitosi.
I miei incontri con persone con disabilità in comunità, non solo mi hanno aiutato ad apprezzare sempre più l’umano nascosto nelle relazioni benevole fatte di piccoli gesti e piccole cose, ma mi hanno anche aperto una visione, un’aspirazione: vedere la disabilità al centro del tessuto culturale e spirituale della nostra società.
