Alzheimer: ma soprattutto è mio Nonno

Manlio ha 88 anni e qualche tempo tutti quelli che sono sempre stati i suoi punti di riferimento, sono diventate le sue paure,
Alzheimer: ma soprattutto è mio Nonno
Alzheimer: ma soprattutto è mio Nonno - Ombre e Luce n. 96, 2006
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 20 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

Manlio ha 88 anni, ha sempre insegnato musica, più precisamente lo strumento della tromba. Ha una moglie, due figli, tre nipoti, una bella casa. Da qualche tempo però, tutti quelli che sono sempre stati i suoi punti di riferimento, sono diventate le sue paure, le sue angosce. Sua moglie non è più sua moglie, la sua casa non è più quella...tutta la giornata è vissuta alla ricerca delle certezze di una volta. Solo la musica gli è rimasta fedele, amica. E’ stato colpito dall’Alzheimer, conclamato ad un secondo stadio, su una scala che va da zero a sette. La sua famiglia non riesce ad aiutarlo, a gestirlo, ma non sono disposti a farlo neanche le strutture di competenza. “Quando sono arrivati a questo livello ve li dovete tenere a casa, organizzatevi dei turni...” si sono sentiti dire i suoi figli. E così hanno fatto.

Da due mesi non dormono a casa propria, non vanno a fare una passeggiata, non vanno a cena fuori, non leggono un libro...

Non ci si può misurare con un problema come questo da soli.

“Un malato di Alzheimer che ha perso il suo linguaggio” dice il Prof. V. Marigliano (Dir. Dip. Scienze dell’Invecchiamento) in una intervista è una persona che pur non sapendo parlare, se la prendete per mano, se suonate con lei, se fate funzionare il suo animo con il vostro, tornerà ad essere uno di noi. Come dall’interno di un albero vuole sentire il calore dell’amore, della comprensione, dell’accoglienza. Non è diverso da noi, l’unica differenza è che non parla la nostra lingua”. Attraverso il linguaggio è possibile sentire un'unione, ma è semplice anche farlo attraverso il contatto della mano.

La mancanza del messaggio verbale il più delle volte non fa vedere la persona nascosta dalla malattia. Chi è colpito da questa malattia, ha delle differenze anatomiche, ma solo in alcuni centri, e non in altri. La sua disperazione spesso viene confusa con la pazzia. L'unico mezzo per uscire dalla depressione del non essere compresi è urlare, e nessuno capisce.

I disabili siamo noi che non comprendiamo chi ha una difficoltà a manifestare i propri sentimenti.

Il malato di Alzheimer è drammaticamente consapevole della perdita delle proprie capacità cognitive che avviene giorno dopo giorno, ed è questo dramma che porta alla depressione. Qual è il nostro compito? Stare loro vicini, tenergli la mano. La depressione subentra dove non c'è speranza: loro non hanno la possibilità di farsi capire, noi non riusciamo a comprenderli. Il pianto di un bambino per noi è un segnale chiaro, e ci fa tenerezza; il pianto di un anziano ci agita, non ci comunica nulla, e ci fa arrabbiare.

Anche un fiore vecchio e malato, può dare ancora splendidi frutti” “Chi non ha più il cervello tra di noi, ha il cervello in braccio a Dio

Anche un fiore vecchio e malato, può dare ancora splendidi frutti” “Chi non ha più il cervello tra di noi, ha il cervello in braccio a Dio

Il malato di Alzheimer ha una visione parziale delle cose, ed è questo che gli fa paura. Il rispetto degli spazi diventa importante: lui accoglie nelle sue braccia lunghe tutto ciò che vede, come in un abbraccio. Per questo dobbiamo chiedergli il permesso di entrare nel suo spazio, per non farlo con violenza. Le allucinazioni, poi, gli rendono tutto pericoloso, minaccioso, e non ha la capacità di distinguerle dalla realtà. Per questo si agita, sogna ad occhi aperti. Iniziano i disturbi comportamentali, che si trasformano poi in aggressività, e che vengono interpretati come tale. In realtà quella persona ha tanta paura. Dobbiamo cercare di comprendere tutto questo non sedandola, ma ascoltandola, osservandola. Bisogna educarla ed educarci alla comunicazione non verbale, presente fino all’ultimo istante della Vita.

È recente una scoperta meravigliosa: attraverso la musica si può insegnare loro di nuovo a parlare. All’interno del nostro corpo batte un ritmo...un cuore che accelera è un cuore che ha paura; un cuore tranquillo è un cuore che ha fiducia, che ama. E’ un espressione non verbale molto complessa, quasi sacra. Tutto può essere organizzato in intervalli e ritmi musicali. Platone diceva che la musica è capace di influire sull’animo umano. La musica può risollevare chiunque, anche chi non riesce più a comunicare con noi. E come un cieco non è privato del senso del tatto, o dell’udito, un malato di Alzheimer non ha perso la capacità di SENTIRE la musica, di leggerla, di suonarla.

Il musicoterapeuta è capace di una comunicazione non verbale, e può entrare in contatto con il malato, renderlo felice di essere vivo.

In effetti, conosco un malato di Alzheimer con un passato da musicista, che non riconosce più i suoi familiari, la sua casa, i suoi vestiti, che si dispera come un bambino perché gli altri non vedono tutti gli animali che sono nella sua stanza, che piange perché non riesce a far entrare “quell’amico” che vede riflesso nello specchio, ma che davanti ad uno spartito non può fare a meno di iniziare a dirigere con le sue mani improvvisamente sicure, come faceva da giovane, un'orchestra immaginaria. E questo lo fa sorridere di NUOVO.

Si chiama Manlio, ha 88 anni, è malato di Alzheimer.

Laura Cattaneo , 2006

Laura Cattaneo

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